Se ne parla poco ma a livello di Bce è in corso un passaggio delicato su una
questione decisiva: l'uniformità in tutta Europa della vigilanza bancaria. Da
una parte tira Draghi, dall'altra le banche tedesche oppongono una inattesa
resistenza. Si capisce che è difficile parlare di queste cose in un momento in
cui, a livello mediatico, la reputazione delle maggiori banche italiane è ai
minimi storici. Però alcuni dati erano già noti e non contestati. Ad esempio che
le banche italiane soffrissero da tempo uno svantaggio competitivo rispetto alle
loro concorrenti straniere che si traduce in un sensibile gap sui costi del
credito concesso, soprattutto, in Italia, alle piccole e medie imprese. E nella
minore libertà di azzardare operazioni all'estero più agevoli per controlli meno
ossessivi. In più a pochi è noto che il famoso segreto bancario in Italia non
esiste più mentre resiste in alcuni paesi addirittura della Ue che poi guarda
caso fungono da polo di attrazione per le imprese italiane costrette ad
emigrare. In Italia le grandi banche sono nel mirino, tra le altre cose, in
quanto gestite dalle fondazioni bancarie governate dalla politica.
Nell'insospettabile Germania sembra che perfino a livello regionale esistanto
banche locali pesantemente colluse con la politica per comportamenti e
finanziamenti non del tutto trasparenti. Unificare l'Ue dal punto di vista
bancario significherebbe rivoltare, in maniera imbarazzante, questo macigno,
scoprendo, magari, che in Europa ogni mondo è paese (ivi compresa la severissima
Germania). Certo, crollerebbe un mito per molti.In Italia però questa battaglia
sul processo di unificazione europea delle banche, che provocherebbe clamorose
conseguenze sulle regole e sul sistema di vigilanza, sembra interessare
pochissimo quei sindacati bancari che antepongono gli interessi dei loro amici
di partito (politici locali e banchieri fedeli) al risanamento e al rilancio
competitivo delle nostre aziende bancarie. Con i risultati (sia in termini
penali che occupazionali) che stiamo ammirando in questi giorni
ALAC-AGL E' COMPARTO DI AGL (AGL , Alleanza Generale del Lavoro (confederazione sindacale dei lavoratori) codice fiscale: 97624870156; atto costitutivo (e statuto) registrato presso l'Agenzia delle Entrate, DP I MILANO-UT di Milano 1, in data 04/06/2012, serie 3, n.7107- sede naz.le: Via Privata Duccio di Boninsegna 21, 20145 Milano, presso A.N.V.G. Associazione Nazionale Volontari di Guerra-Federazione di Milano, tel.3886296743, fax +39/1782736932, Whatsapp 3455242051, e-mail agl.alleanzageneraledellavoro@gmail.com ; e-mail certificata: alleanzageneraledellavoro@pec.it )
martedì 16 aprile 2013
giovedì 11 aprile 2013
AL VIA A MILANO IL PROCESSO PER L'AVVELENAMENTO DI UN FARMACISTA DA PARTE DI UN IMPRENDITORE DELL'AUTOTRASPORTO: IPOTESI INQUIETANTI AL VAGLIO DEI GIUDICI
Molti ricorderanno il fatto di cronaca
che ebbe qualche tempo fa risonanza nazionale. L'anomalo omicidio,
tramite avvelenamento, da parte di un imprenditore in difficoltà
dell'”amico” farmacista.
La vicenda torna alla ribalta (lo
testimonia l'articolo apparso ieri sulla cronaca milanese di
Repubblica e che qui riportiamo) perchè è arrivato il momento
dell'inizio del processo. Saranno i giudici a dirimere la questione e
non sarà un compito facile. Certo, la linea difensiva
dell'imprenditore scelta da parte dell'Avvocato Andrea Benzi, del
Foro di Milano, se le gravi ipotesi che innanzitutto la Squadra
Mobile ha avanzato (delitto consumatosi all'interno di un giro di
usura in cui sono coinvolti anche pregiudicati appartenenti a clan
mafiosi) saranno confermate dai giudici , non potrà non dipingere
anche un preoccupante affresco delle condizioni nelle quali la
piccola impresa oggi si trova a operare nel nostro Paese, in
particolare al nord. L'imprenditore, Gianfranco Bona, era a capo di
una impresa dell'autotrasporto che contava una ventina di dipendenti.
Il nostro Sindacato, l'AGL, si è adoperato in prima persona, nei
mesi scorsi, tramite accordi individuali stipulati in sede sindacale,
affinchè per i lavoratori fosse garantita una uscita indolore
dall'azienda ormai cessata e a rischio di fallimento. Una vicenda
amarissima che dimostra come due questioni, pur da tempo all'ordine
del giorno della polemica politica (le Pubbliche Amministrazioni che
non saldano i propri debiti con le imprese fornitrici e il ruolo
sconcertante da parte del sistema bancario nel creare più difficoltà
possibili al sistema delle imprese e ai suoi lavoratori) irrisolte
per mancanza di volontà da parte di chi ha governato finora il
Paese, stanno mietendo vittime (pensiamo ai suicidi) tra
imprenditori, professionisti e soprattutto i lavoratori e le loro
famiglie che finiscono sul lastrico. In Italia si suol dire che il
potere pubblico si muove tardi sulle situazioni più a rischio e solo
quando ci scappa il morto. Ecco, qui non solo i morti ci sono da mesi
ma abbiamo l'impressione che un po' tutti ci stiamo facendo
l'abitudine. Non solo quindi un paese in decadenza per la crisi
globale ma, purtroppo , un'Italia che sta sempre più sprofondando
nell'indifferenza, nella violenza e nella barbarie. Inutile dire che
se è la mafia l'unico prodotto italiano per il quale va a gonfie
vele sia l'esportazione (valga a dimostrarlo l'ultimo libro di
Saviano in cui si osserva che il modello italiano è sempre più il
punto di riferimento per le più spietate cosche nel mondo) sia il
mercato interno (assieme all'usura può entrare nelle vite di tutti,
come questo fatto di cronaca conferma) allora sono in pericolo la
convivenza civile e la democrazia. E significa pure che la spinta
propulsiva delle vecchie associazioni anti mafia e anti usura forse
si è esaurita e finalmente è arrivata l'ora che ogni partito, ogni
sindacato (come noi dell'AGL), ogni organizzazione datoriale, ogni
ordine professionale debba prendere in mano queste bandiere, senza
più delegarle ad avanguardie solitarie.
domenica 17 marzo 2013
ECONOMIA: SAPER DISTINGUERE TRA FALSE E VERE SOLUZIONI
Concordiamo con chi osserva che la pur
vituperata cura Monti stia producendo, a confronto con altri paesi,
pure indebitati meno di noi, un miglioramento relativo della nostra
situazione, facendo riferimento al tasso di crescita del debito, al
debito aggregato, alla solidità patrimoniale e all'avanzo primario.
E ci richiama al rischio che una minore crescita del debito, però,
possa condurci ad una maggiore recessione. Pure sul fatto che la
maggiore pressione fiscale porti a minore competitività e minori
consumi. I dati della nostra industria manifatturiera, della
meccanica, dell'agricoltura, rapportati a quelli della concorrenza
internazionale, sarebbero confortanti se non fosse per il crollo del
nostro mercato interno e per lo svantaggio fiscale comparato delle
nostre aziende. La soluzione potrebbe essere quella di forzare i
vincoli europei accelerando i pagamenti alle imprese dei debiti della
PA e frenare la pressione fiscale. Ma quest'ultima , se attuata,
comprometterebbe, riducendo il gettito, la possibilità, per lo
Stato, così come organizzato (male) di effettuare i primi. Ecco
perchè riteniamo che le vere soluzioni siano due: riorganizzare da
zero la Pubblica Amministrazione perchè è solo lì che possono
aversi veri risparmi e combattere e vincere la guerra contro il
credit crunch iniziando, come Stato, a minacciare di esproprio e
nazionalizzazione le imprese bancarie che perseverassero in questa
condotta restrittiva del prestito alle imprese e alle famiglie. E'
questa la vera, ultima battaglia, da vincere per riappropriarci del
nostro destino. Più urgente della riforma elettorale (che non
faranno), della riduzione dei costi della politica (importante per il
segnale, non per le quantità) e dell'inseguimento di fantasmi
analoghi.
La discriminante vera dello scenario
politico nell'immediato futuro sarà tra chi vorrà veramente
combattere questa guerra nello Stato e nelle Banche e chi non avrà
interesse a farlo, resistendo passivamente e in maniera
opportunistica ed attendista. Il contesto potrà essere di ripresa
dalla crisi o , come si mormora, di fallimento e rovina, ma questo
non è prevalentemente nelle nostre mani. La battaglia interna,
invece, si.
domenica 3 marzo 2013
RAPPORTO IMPRESE/FAMIGLIE/BANCHE: RISPETTO PER I SUICIDI MA NON ARRENDIAMOCI
Quasi tutti individuano nel rapporto
tra banche e imprese il punto di massima tensione in questa lunga
fase di crisi finanziaria internazionale e recessione. Chi ha buona
memoria però sa che il problema è di lunga data e mai risolto.
Soprattutto in Italia possiamo sicuramente individuare un ritardo
ancora più grave che altrove. I piccoli imprenditori (e i loro
dipendenti, di riflesso) , lo dicono i dati, sono coloro
completamente avvinghiati da questo mostro che oggi è rappresentato
dal sistema creditizio. Sono crollati i finanziamenti alle aziende e
quelle tra loro che ancora non hanno chiuso e riescono a pagare i
loro dipendenti addirittura erogano i già magri stipendi a rate. E
la stessa vita di molte aziende è messa in discussione da insolvenze
e sofferenze. Prima ancora dello tsunami di Grillo è quello dei
protesti che sta sommergendo l'Italia. Un taglio senza precedenti dei
finanziamenti a medio termine delle imprese e dei finanziamenti alle
famiglie, la diminuzione dei mutui, del mercato immobiliare e del
settore edilizio (ad opera della maledizione chiamata IMU) nonché
del credito al consumo, fa dire agli osservatori che è la poca
liquidità il tratto caratterizzante l'attuale situazione. A fronte
del dato in controtendenza dell'aumento dei prestiti bancari alla
Pubblica Amministrazione (evidentemente più temuta dal sistema
bancario) è l'aumento dei tempi di pagamento quello che ha
strangolato le imprese. E per di più il disagio è maggiore nelle
zone del Paese meno sviluppate economicamente.
Fin qui i comportamenti “macro”.
Che tuttavia , nella realtà quotidiana di molti piccoli
imprenditori, sfociano in drammi e tragedie. E' da mesi uno
stillicidio di morti da usura e anatocismo bancario. E' una tipica
guerra impari tra una potenza atomica da una parte (il potere
bancario che mette al primo posto il proprio tornaconto e interesse,
che conta potenti connivenze nello Stato, nelle istituzioni, nei CdA
delle aziende ) e i comuni cittadini, schiacciati come formiche e
debolmente tutelati da blande associazioni datoriali che fanno finta
di non vedere o si sentono improvvisamente impotenti di fronte a
questi attacchi . E intanto muoiono imprenditori, lavoratori,
chiudono aziende, famiglie finiscono sul lastrico e, facendo terra
bruciata del settore produttivo, si uccidono sul nascere le
prospettive di ripresa del nostro Paese. Noi dell'AGL abbiamo scelto
di combatterla, invece, questa guerra e di vincerla, stipulando, sin
dalla nostra nascita, una convenzione con società che attraverso
potenti software sono in grado di individuare con precisione anomalie
(anatocismo e usura, illeciti civili e penali) nel comportamento
delle banche e a quantificare quanto l'imprenditore potrebbe
recuperare, cercando di raggiungere l'obbiettivo attraverso una
strategia personalizzata tesa a scongiurare il ricorso a una
giustizia ancora troppo lenta e costosa, valorizzando i mezzi di
pacifica risoluzione delle controversie tra privati. Per sapere come
percorrere questa possibilità, basta consultare le istruzioni e i
riferimenti già presenti nei nostri siti e contattarci. Non ci
risulta che altri sindacati stiano facendo cose altrettanto concrete.
Titoloni quando muore suicida un imprenditore o un lavoratore, quando
in una famiglia scoppia una tragedia ma poco o nulla per prevenire
tutto ciò. E' triste che in un paese che si dice civile esistano
ancora questi diffusi comportamenti di sottomissione da parte di
forze sociali, alternative e antagoniste solo a parole, al potere
economico. Prima o poi un tale problema potrebbe toccare ognuno di
noi. Meglio combattere, prima che sia troppo tardi.
domenica 17 febbraio 2013
I RAPPORTI CON L'EUROPA E I VERI INTERESSI DEI LAVORATORI ITALIANI
In campagna elettorale è uno dei tempi
più trattati: quello dei rapporti dell'Italia con la Merkel e con
l'Europa (da essa , sembra, di fatto, egemonizzata) con la Francia
(che bene o male, come suo solito, riesce a darsi una chiave per
gestire i propri interessi) con gli USA (da noi italiani criticati
ma, probabilmente, non del tutto compresi)
A nostro parere i ragionamenti che si
fanno in Italia sono inquinati dalla persistenza di miti e di frasi
fatte. Uno dei rimpianti legati all'avvento dell'euro è quello della
sopravvenuta impossibilità di mantenere il nostro export facendo
leva, come una volta accadeva, sulla svalutazione. Si dice: perchè
americani e giapponesi possono farlo e noi no? A nessuno viene in
mente che forse è l'imprenditoria italiana a non saper essere più
competitiva come una volta. Forse perchè ha sempre pensato ad
arrangiarsi e a speculare più che agli interessi veri del Paese la
tutela dei quali fosse oggetto dell'attività di una classe dirigente
politica in verità sempre più scadente perchè scarso oggetto delle
attenzioni e delle cautele (a parte le interferenze illecite e
l'assalto alla diligenza delle agevolazioni) degli imprenditori. Chi
è causa del suo mal, quindi, pianga se stesso.Grande responsabilità
è anche dei grossi sindacati, i quali hanno seguito a ruota, come
un ballo di coppia, la classe imprenditoriale, puntando non sullo
sviluppo della produttività ma sul perpetuarsi dei pascoli pubblici
per mantenere le proprie greggi. Poca lungimiranza quindi, anzi
miopia, nonostante il fiorire di centri studi di politica economica.
Ora forse è troppo tardi per scampare a un destino simil-greco
(nella sostanza anche se, probabilmente, nella forma, un po' più
soft...o ci saremo già dentro e non ce ne siamo accorti?)Perchè? Il
fiscal-compact è ormai realtà e le ganasce ce le siamo messe e
abbiamo lasciato che ce le mettessero. Gli impegni l'Italia li ha
mantenuti e dovrà mantenerli. Tutti i partiti (per scarso coraggio)
lo ammettono e anche chi si vuole un po' smarcare sappiamo già che
dopo, in Europa, chinerà la testa perchè le grandi potenze sanno
come utilizzare i loro strumenti per farsi rispettare. Non si esce da
un meccanismo da un giorno all'altro. Occorrerebbero grandi
personalità politiche che ragionassero su un orizzonte di
medio-lungo periodo. Questi pensano solo a mantenere il loro seggio
parlamentare il più possibile e a monetizzare quanto più si può.
Gli altri, i “nuovi” arrivati sulla scena politica avranno pure
tante buone intenzioni ma non sono oggettivamente e comprensibilmente
preparati a una attività così complessa.La classe imprenditoriale?
Anch'essa pensa agli affari suoi. Chi può trasferisce i propri
interessi fuori dall'Italia (quindi non solo la FIAT lo sta facendo
ma tutti gli altri).
Il secondo mito da sfatare è quello
della tutela dell'italianità. Ma quale? Quella del boom economico
degli anni '60? Bella, ma nei film. Quella delle grandi personalità
e dei cervelli? Ma le une e gli altri ormai non parlano più neppure
in italiano, se non nella pubblicità e nelle cerimonie di
premiazione. Infatti, li abbiamo indotti a scappare via, adottando un
sistema di istituzioni culturali universitarie e scolastiche quello
sì degno dei film di Totò o degli spettacoli di Pulcinella. O
l'italianità degli imprenditori che vanno a portare sfruttamento,
mazzette, malaffare all'estero? Con quelli lì l'italiano onesto non
ha nulla a che fare. Ma non è che per caso tutta questa passione per
l'italianità sia alimentata dai vertici di quelle aziende (Edison,
Bnl, Parmalat, Finmeccanica, Saipem, Alitalia,Telecom, Enel , Eni e
Fiat) che o già sono state comprate o stanno per esserlo dagli
stranieri? Ma perchè il lavoratore italiano dovrebbe preoccuparsi
della sorte di imprenditori e manager incapaci e guardare con timore
all'avvento di imprese e paesi diversi desiderosi di fare e non di
evadere, speculare, corrompere, licenziare? Quindi, spettabile
management di quelle aziende in via di acquisizione (e giornali
amici), lamentatevi pure ma non nel nostro nome di italiani. Voi
avete tradito l'Italia in nome del vostro portafoglio, voi con noi
non avete più nulla a che fare e non vi vogliamo più. O meglio,
aspettiamo di incontrarvi a fare il nostro stesso lavoro alla catena
di montaggio, negli uffici o a pranzare al nostro fianco alla mensa
aziendale.Vuoi vedere che grazie all'avvento degli stranieri
finalmente i vertici aziendali verranno scelti in base a criteri
meritocratici e non alla discendenza famigliare?
domenica 10 febbraio 2013
IL GOVERNATORE DI BANKITALIA PREDICA BENE: MA LO LASCERANNO RAZZOLARE?
Anche noi abbiamo accolto con sollievo le affermazioni del Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco al Forex di Bergamo. In estrema sintesi (non è necessario che si ripercorrano gli antefatti in quanto sufficientemente noti) la Banca d'Italia vuole il prima possibile avere dal Parlamento il potere di rimuovere dai loro incarichi i manager bancari disonesti e invita a trovare il modo di non concedere a coloro di essi che abbiano condotto in rosso i bilanci delle aziende che stanno per lasciare trattamenti di liquidazione super milionari. Bene che si sia arrivati a prese di posizione di questa forza e rilevanza. Ma forse è troppo tardi rispetto a quel che è successo (per esempio in MPS, con l'importante particolare che nessuno, nell'opinione pubblica, è a conoscenza di tutto ciò che è veramente accaduto perchè la Magistratura è ben lungi dall'aver concluso il suo lavoro), non si sa se sufficiente rispetto a quello che sta per accadere (cedole ai soci di Intesa-San Paolo e riconoscimento utili alle Fondazioni in conseguenza di norme appena varate) e forse troppo presto considerando che, anche caduta la credibilità negli attuali vertici di MPS di poter rimediare da soli alla situazione di crisi (per ora hanno iniziato a pagare solo l'ex Mussari e alcuni di seconda fila) , tutti gli altri protagonisti (quelli cioè che dovrebbero garantire, oltre al Parlamento, a Visco di passare dalle intenzioni ai fatti) sono ancora gli stessi appartenenti al Gotha bancario italiano, quello criticato da tutti per gli intrecci perversi con la politica.E sappiamo che se in Italia c'è una cosa che la politica non farà mai è di autoriformarsi per rimediare ai guai da lei creati direttamente o indirettamente per mano degli uomini da essi scelti o ad essa imposti.
Qualcuno ipotizza che quanto fin qui emerso sia solo la punta di un iceberg che racchiude tutto il potere economico e bancario.
Ci permettiamo di suggerire al prossimo Parlamento, al contrario di quanto proposto dal Dott. Visco, di non lasciare in questa fase di emergenza il ruolo di controllore a una istituzione controllata (nel rispetto delle attuali norme di legge, per carità) dalle maggiori banche private italiane (tutte presenti al Forex di Bergamo con i loro massimi vertici) ma di “congelare” l'attuale situazione, far definitivamente accertare dalla Magistratura le responsabilità di ogni soggetto coinvolto, per scongelare poi l'iceberg in maniera controllata , per evitare che qualcuno, interessato, autogestendo lo scioglimento, faccia in modo che qualcun altro possa squagliarsi e squagliarsela dalle proprie colpe e soprattutto dai propri doveri risarcitori nei confronti della collettività.
martedì 29 gennaio 2013
MONTE DEI PASCHI : GIUSTIFICAZIONI SINDACALI TARDIVE E POCO CREDIBILI
Non convincono le prese di distanze sulla
vicenda MPS apparse oggi sugli organi di stampa da parte dei rappresentanti del
più grosso sindacato italiano.
Il Sindacato (quel tipo di sindacato) quando
vuole le cose le riesce a sapere prima. Renderle di pubblico dominio è un altro
paio di maniche. Può decidere di farlo o meno, sulla base di valutazioni di
opportunità. Questo sembra capitato, da tempo, in quel contesto.
Quando poi la frittata è fatta, se è
comprensibile precisare di non avere scheletri nell'armadio e di pensare solo a
limitare i danni per i lavoratori, non altrettanto ammissibili appaiono
posizioni tese ad interporsi tra chi preme per rivoltare una situazione come un
calzino e chi fino ad oggi ha amministrato quella banca e con cui si sono fatti
accordi fino a ieri, non sottoscrivendone l'ultima versione solo per un tardivo
scrupolo di decenza ma soprattutto per opporsi a un ridimensionamento del ruolo
del sindacato (di quel tipo di sindacato) e non certo per salvare posti di
lavoro. Quel sindacato non può genericamente oggi reclamare di non far parte del
sistema .Non fateci ridere: un leader sindacale nazionale, quando veramente
vuole produrre un cambiamento in una banca di rilievo nazionale, di fatto
indirizzata da un partito nazionale (certo, attraverso uomini locali, in quanto
più addentro a quella realtà) non va ad allearsi con un sindaco contro chissà
chi ma alza il telefono e parla direttamente col segretario di quel partito
nazionale. Questo sicuramente è stato a suo tempo fatto, ma allora perchè ci si
vuole raccontare il contrario? Semplice: per proteggere, in tempo di elezioni,
propri amici/alleati. Male però , perchè se non si spinge nel punto giusto la
macchina rischia di non spostarsi e sotto questa macchina sono incastrati da
allora migliaia di lavoratori. Addirittura si confessa di aver avuto un ruolo
nel suggerire il cambio di management, avvenuto di recente con una persona la
quale, a parte le pendenze giudiziarie le quali non sono state oggetto a suo
tempo di levate di scudi sindacali, unanimemente è stata valutata da tutti gli
osservatori come un commissario di fatto del soggetto politico di riferimento,
tanto addentro in quel rapporto da non essersi candidato per un soffio alle
primarie (scommettiamo che le avrebbe vinte?). E poi, come è conciliabile quella
valutazione così negativa di un manager tale da chiederne la rimozione , con il
silenzio, nei mesi successivi, durante le trattative riguardanti tutto il mondo
bancario, che sono costate giorni di scioperi ai lavoratori bancari, quando
sarebbe bastata la velata minaccia di sollevare qualche sasso riguardante quel
dirigente oggi indagato per ottenere molto di più per i lavoratori? O forse non
si è ritenuto l'attacco delle gerarchie bancarie a migliaia di lavoratori e alle
loro famiglie sufficientemente grave da giustificare un contrattacco così
pesante? Ciò in nome di cosa, dei lavoratori o di una ragion di stato bancaria?
La perla poi è quando da una parte si afferma di aver voluto l'avvento di
competenze manageriali esterne e dall'altra si dichiara, in sintonia, guarda
caso, con l'attuale management, di essere pregiudizialmente contrari al
commissariamento. Se non è indebita interposizione questa, cosa altro
è?Addirittura il maggiore sindacato italiano sostiene in questo momento, con una
notevole faccia di bronzo, l'aumento degli attuali poteri per un rinviato a
giudizio per frode fiscale. Alla faccia del nuovo!
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